Intervista autori

Intervista a Elia Cristofoli

 

Elia Cristofoli, 40 anni appena fatti, creativo pubblicitario, può essere definito certamente un factotum. Fotografo, regista e designer. Successivamente, giunge all’ ispirazione del suo primo romanzo, Lucio Piovaschi, professione misantropo. Il suo libro ce lo presenta così, proprio dalla sua creatività innata.
Grazie a un trafiletto riportato dal mensile In Cassetta, ha richiamato l’attenzione del pubblico nella biblioteca comunale di Castel D’Azzano per l’introduzione della sua opera.
L’autore è riuscito a trasportare gli ascoltatori nel suo mondo, raccontando storie significative della sua vita, lasciando paralizzati, e non solo, facendo sognare e commuovere.
A soli cinque anni, grazie alla professione del padre, maneggiava la sua prima macchina fotografica dando slancio alla sua fantasia, fino a diventare un perfezionista dell’immagine tra tecnica e creatività.
«La copertina del mio libro deve catturare l’attenzione in modo dirompente, come nella pubblicità, un messaggio di poche parole che rimangano fissate nella mente di chi le ascolta, un’immagine che regali emozioni a chi la vede. Tengo a precisare che l’idea della foto è mia, anche se non l’ho scattata io.» esordisce Elia. Il pugno può sembrare duro, violento, sicuramente d’impatto, ma è un risultato voluto grazie all’ unione tra la creatività dell’autore e la collaborazione di Matteo, suo prezioso aiutante. Elia prosegue: «Ho sempre bisogno di disegnare, soprattutto per la creazione della storia, e qui mi riallaccio alla pubblicità. Quando sono da un cliente, devo rappresentare un mondo, catturando la sua attenzione in poco tempo. Piovaschi è così, è un tipo di scrittura veloce, d’impatto. Ho preferito, dunque, lasciarmi alle spalle descrizioni troppo prolisse, rendendo la lettura incalzante, schietta. Avrei potuto dilungarmi sui piccoli dettagli di contorno, ma per quello ci sono i disegni…».

Hai trovato delle difficoltà nel scrivere questo genre di libro?
Non saprei, in realtà nemmeno una. Nel senso che il Piovaschi mi è uscito di getto. Si è praticamente scritto da solo, tant’è che mi chiedevo cosa ci facessi io davanti al computer, cioè, scrivilo da solo a sto’ punto! E così anche OSTROV, la storia c’era già nella mia testa, occorreva solo raccontarla, come in una conversazione tra amici, dove lo scettro del dialogo è tra le mie mani, naturalmente.

Scrivere libri è diventato il tuo lavoro principale o la definisci passione?
Diciamo che sto lavorando affinché diventi la mia prima professione, ma è un mondo crudele e dovrò sgomitare seriamente anche solo per sopravvivere, figuriamoci per emergere… In quanto alla passione, la scrittura è senza dubbio una delle mie preferite, al pari del disegno e della regia.

Cosa significa per te lavorare come scrittore?
Non ne ho idea, ma dev’essere la cosa più bella del mondo. Sei tu, da solo, con un portatile in mano. Puoi scrivere ovunque, in qualsiasi momento. A patto di avere la batteria del computer carica, si capisce. Credo sia una delle professioni più affascinanti del mondo, perché nulla è al di sopra della scrittura. Tutto viene dopo: i film, i fumetti, tutto viene dopo la fase di scrittura.

Che tipo di percorso hai seguito per essere anche scrittore?
Io, beh, a dire il vero sono un autodidatta in qualsiasi mia abilità. Non ho mai studiato, ma ho sempre fatto, e, ironia della sorte, insegnato ad altri a fare… Con questo non voglio certo insinuare che le scuole o i corsi siano inutili. Ma lo sarebbero stati per un tipo come me, con il mio preciso percorso di vita, cresciuto tra creativi, registi, fumettisti e altra gente strana. Ecco, per dirla in breve, ho sempre sperimentato, imparando dalle idee che mi venivano in mente, anche l’animazione e la regia, osando spesso e volentieri, per usare un eufemismo…

È stato difficile interfacciarti con l’editing?
Sì, perché non era mai perfetto al 100%, ma l’eterna insoddisfazione sta alla base di ogni creativo.

Tu racconti vicende e personaggi relativi agli anni ’90, perché hai voluto ambientarlo ai giorni nostri?
Se ti riferisci al Piovaschi, alcune scene sono liberamente ispirate a fatti accaduti in quegli anni, quando io ero adolescente. Ma alla fine, la storia è contemporanea e può essere ambientata oggi come fra cinquant’anni, è uguale.

Perché il nome PIOVASCHI?
Non esiste il cognome Piovaschi in Italia, ho cercato ovunque sul web. Fin da quando ero piccolo, mentre ascoltavo le previsioni del tempo, mi sono sempre chiesto perché usassero quella parola: “Leggeri piovaschi su tutto il litorale”. «Si dice PIOVE», sbottavo puntualmente, «chi cavolo dice leggeri piovaschi?» Mi è rimasto talmente impresso che mi uscì automaticamente un personaggio, Lucio Piovaschi appunto. Si può tranquillamente dire che prima nacque il nome. Ogni tanto mi veniva fuori, piacere, dicevo talvolta, “Lucio Piovaschi”. Inoltre, Piovaschi ha una certa assonanza con Henry Chinaschi di Bukowski, e mi è sempre sembrato un buon modo per omaggiare intrinsecamente il buon vecchio Charlie.

Quale messaggio vuoi trasmettere con questo libro? Oltre a emergere professionalmente, credi che Piovaschi, possa insegnare qualcosa?
Sì, e non smetterò mai di ribadirlo. Voglio trasmettere la futilità degli oltranzismi e dei fanatismi ideologici, in virtù di una mente aperta, di una visione globale delle cose. Perché un unico punto di vista non migliora mai la visuale.

Credi che sia un libro adatto a tutti? A chi lo consiglieresti? A quali lettori ti rivolgeresti?
Personalmente non ne ho idea. All’ inizio mi aspettavo una lettura di nicchia. Poi, invece, ho notato quanto i lettori fossero eterogenei, e mai avrei pensato a così tante donne. In fin dei conti, poi, rileggendomelo, ho capito il perché. Il Piovaschi affronta drammi veri, da uomini di strada, ma con un punto di vista così sarcastico e critico da rasentare ciò che le donne pensano degli uomini quando fanno troppo i gradassi. Diciamo che ho un lato femminile molto sviluppato, seppur celato da montagne di cinismo.

Cosa o chi ti ha indotto a scrivere questo genere di libro?
Senza dubbio tutti i libri e i fumetti che ho letto e i film che ho visto, ma anche, e soprattutto, la vita che ho vissuto.

Chi o cosa ti ha spinto a inviare il tuo manoscritto?
La mia ragazza di allora. Lo scovò frugando nel cassetto (ebbene sì, il Piovaschi era il classico romanzo nel cassetto) e lo lesse tutto d’un fiato. Mi obbligò a inviarlo alle case editrici, altrimenti… Beh, non credo di poterlo dire.

Hai descritto il Piovaschi come un “pulp-thriller” riallacciando episodi della tua adolescenza, basandoti su persone che conosci, tu in primis. Queste esperienze che hai narrato le hai esasperate per rendere il libro più avvincente, oppure hai mantenuto vicende reali?
Niente è stato esasperato, ma tutto è stato stravolto. C’è una scena di una mega rissa verso la fine, ebbene, quella è roba vera, chiaramente nomi, luoghi e dettagli sono romanzati. Oppure come quando il Piovaschi parla a sua madre, quello sono io quando parlavo a mia nonna. Per quanto riguarda la parte thriller, invece, è tutto frutto della mia fantasia, fortunatamente…

Ti rivedi in quegli anni? Oggi, a molta distanza di tempo cosa ti senti di dire?
Mi sento spesso dire che non sono cambiato di una virgola, il che mi offende, dato tutta la fatica che mi ci è voluta per migliorare, evolvere e diventare ciò che sono. Vent’anni fa era tremendo tanto quanto oggi, c’erano i pro e i contro, come sempre.

Alle avventure di Lucio e dei suoi amici darai un seguito?
Mi piacerebbe, in realtà è già mezzo scritto, ma tutto dipende da una serie di circostanze…

Terminando, sei soddisfatto del tuo manoscritto?
Sì, certo, più o meno. Ma vorrei proseguirlo, aggiungere personaggi, storie, troppe idee per la testa. Insomma, fosse per me, ci farei una serie tv!

Elia Cristofoli, in arte SOLINGO, nato a Isola della Scala il 14 marzo 1978
Il suo primo libro: Lucio Piovaschi, professione misantropo
I° edizione anno 2018
222 pagine legatura in brossura
Casa editrice: Vertigo 
Prezzo € 14,50

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